Ernesto Bozzano, l’uomo che voleva mettere alla prova l’aldilà

C’è un momento, in ogni seduta medianica raccontata dalle cronache del primo Novecento, in cui tutto si decide: quando il messaggio contiene un dettaglio che nessuno dei presenti poteva conoscere. È lì — su quel crinale sottile tra suggestione e prova — che Ernesto Bozzano ha costruito un’opera intera.

Genovese, classe 1862, autodidatta formatosi su Herbert Spencer e approdato alla ricerca psichica nel 1891 attraverso la Revue Philosophique, Bozzano è stato il più sistematico degli studiosi italiani di metapsichica: oltre sessanta volumi, centinaia di articoli, una corrispondenza che toccava William Crookes, Oliver Lodge e Charles Richet, le sedute con Eusapia Palladino al Circolo Scientifico Minerva di Genova e, negli anni Venti, quelle celebri nel castello di Millesimo. I contemporanei, non senza ironia, lo ribattezzarono «il san Paolo dello spiritismo»: come Paolo, veniva dal campo avverso — il positivismo più intransigente — e proprio per questo non smise mai di ragionare da avversario di se stesso.

È questa la cifra che rende Bozzano leggibile ancora oggi, anche da chi non condivide le sue conclusioni: il metodo. Non l’aneddoto che stupisce, ma la casistica vagliata, classificata, messa in ordine di forza probatoria crescente — e commentata concedendo sempre all’ipotesi rivale tutto ciò che le spetta, prima di chiedere il conto.

Da oggi Edizioni Intra porta in libreria, nella collana Mysteria, due edizioni integrali che rappresentano l’alfa e l’omega di questo percorso.

«Dei casi d’identificazione spiritica» (1909) è il Bozzano degli inizi: quarantasette anni, il modello dichiarato di Aksakof alle spalle e un’ambizione precisa — proseguirne la raccolta setacciando le riviste psichiche del ventennio successivo. Su 916 casi vagliati ne sceglie 215, e li riduce infine ai 75 che compongono il volume, ordinati in sette categorie di esigenza probatoria crescente, fino alla più temibile: i defunti che si manifestano ignoti a tutti, medium compreso. In appendice, la monografia sulle apparizioni al capezzale dei morenti, con la sua propria classificazione in sei categorie. È il libro in cui nasce il metodo che avrebbe strutturato tutta la produzione successiva.

«Animismo o spiritismo?» (1938) è il testamento intellettuale: settantacinque anni, quarant’anni di casistica alle spalle, e una domanda posta ufficialmente dal Congresso Spiritualista Internazionale di Glasgow — quale delle due ipotesi spiega il complesso dei fatti? La risposta è un serrato corpo a corpo argomentativo tra la tesi animistica, che riconduce ogni fenomeno alle facoltà occulte della psiche dei viventi, e quella spiritica. Non un libro sui fantasmi: un libro su come si stabilisce, con rigore, se un fantasma dice il vero.

Entrambe le edizioni riproducono fedelmente il testo delle prime edizioni originali — Genova, A. Donath, 1909 e Città della Pieve, Tipografia Dante, 1938 — inclusa la grafia e la punteggiatura d’epoca, senza modernizzazioni, e sono accompagnate da una nota introduttiva che ricostruisce la genesi delle opere e il loro posto nel dibattito del primo Novecento.

Due libri, un’unica traiettoria: dall’archivio alla sintesi, dal caso alla teoria. Per chi vuole capire dall’interno la logica argomentativa della ricerca psichica italiana — o semplicemente lasciarsi accompagnare in uno dei territori più affascinanti e controversi della storia delle idee.

Disponibili da oggi su Amazon, sul nostro sito e nelle librerie specializzate.

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