Arthur Conan Doyle oltre Sherlock Holmes: il lato oscuro dello scrittore più famoso del mondo

Quando si pensa ad Arthur Conan Doyle, si pensa inevitabilmente a Sherlock Holmes. Al cappello da cacciatore, alla pipa, al 221B di Baker Street. È una delle associazioni più immediate della cultura popolare mondiale, e in un certo senso è anche una delle più ingrate — perché dietro l’immagine del padre del detective razionale per eccellenza si nasconde uno scrittore molto più complesso, inquieto e sfaccettato di quanto la sua fama principale lasci supporre.

Doyle fu medico, romanziere storico, giornalista di guerra, sportivo appassionato, testimone scomodo di celebri casi giudiziari — e, negli ultimi anni della sua vita, uno dei più convinti sostenitori dello spiritismo in Europa. Ma fu anche, e forse soprattutto, un narratore di storie dell’orrore e del soprannaturale di straordinaria qualità, autore di racconti che ancora oggi sanno inquietare e sorprendere.

Il Doyle che non ti aspetti

La produzione fantastica e horror di Doyle è vasta e spesso trascurata. Raccolte come Tales of Terror and Mystery e Round the Fire Stories raccolgono decine di racconti che esplorano territori lontanissimi da Baker Street: mesmerismo e controllo mentale (The Parasite, 1894), mostri preistorici sopravvissuti (The Terror of the Blue John Gap), forze cosmiche inconoscibili, vendette dall’oltretomba. Sono testi che rivelano un immaginario gotico e decadente perfettamente in linea con la letteratura fantastica vittoriana ed edoardiana — Poe, Sheridan Le Fanu, Wilkie Collins — ma con una voce narrativa inconfondibilmente doyliana: asciutta, precisa, capace di costruire tensione con economia chirurgica.

Non è un caso che Doyle abbia dedicato gli ultimi vent’anni della sua vita alla ricerca spiritica. La sua fascinazione per l’aldilà, per i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per le forze che la scienza non riesce a spiegare, attraversa tutta la sua opera come una corrente sotterranea — e affiora con particolare intensità proprio nei racconti dell’orrore.

La mummia: un capolavoro dimenticato

Tra questi, Lot No. 249 (1892) occupa un posto del tutto speciale. Pubblicato sulla rivista Harper’s Monthly quando Doyle aveva trentatré anni e Holmes era già famoso, è unanimemente considerato dagli studiosi del genere uno dei testi fondativi dell’horror egiziano nella letteratura in lingua inglese — il racconto che ha definito il modello della mummia maledetta che risorge per vendicarsi, poi ripreso e amplificato da innumerevoli successori fino al cinema di Hollywood.

La storia è ambientata a Oxford, in un college universitario. Un giovane studente scopre che il suo bizzarro vicino di stanza custodisce nei propri appartamenti una mummia egizia di tremila anni, acquistata in un lotto d’asta — il lotto numero 249 del titolo. Presto iniziano ad accadere cose inspiegabili: aggressioni notturne, vittime che descrivono una figura avvolta in bende, una presenza antica e implacabile che sembra eseguire ordini. Doyle costruisce la tensione con maestria, alternando razionalismo scientifico e orrore puro in un equilibrio che ricorda — non a caso — il metodo stesso di Sherlock Holmes applicato al soprannaturale.

La nuova traduzione italiana

Edizioni Intra pubblica ora La mummia, prima traduzione italiana di Lot No. 249, nella collana Mysteria — dedicata al meglio della tradizione horror, weird e soprannaturale della letteratura anglosassone. Un testo che mancava all’appello della narrativa gotica vittoriana disponibile in italiano, e che finalmente trova la sua veste editoriale italiana in formato tascabile 5×8.

Per chi conosce Doyle solo attraverso Holmes, La mummia è la porta d’ingresso perfetta a un mondo narrativo parallelo, altrettanto preciso e coinvolgente, ma abitato da ombre molto più antiche di qualsiasi caso criminale londinese.

Carrello
Torna in alto